Il reshoring forzoso di Trump? Un’arma spuntata. Ma la globalizzazione selvaggia forse è alla fine.

4 marzo 2017 - GlobalLegalChronicle.com
di Sergio Barozzi

Ancora prima del suo insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump ha già compiuto un atto con effetti economici immediati. Minacciando dazi sulle importazioni di veicoli prodotti fuori dagli USA ha infatti già spinto tre importanti case automobilistiche a cambiare i loro piani di investimento. La prima è stata la italo-americana FCA che ha annunciato un investimento di 1 miliardo di dollari (con circa 2 mila assunzioni) a Detroit per produrre i modelli Jeep invece di aumentare la capacità produttiva in Messico.

Pochi giorni dopo la Ford ha cancellato 1,6 miliardi di dollari di investimenti previsti in Messico. L’11 gennaio il colosso giapponese Toyota ha annunciato addirittura un investimento di 10 miliardi di dollari in cinque anni negli stabilimenti statunitensi, anche qui cancellando gli investimenti già previsti in Messico. Tecnicamente quello che Trump ha spinto a fare si chiama reshoring, il contrario di offshoring (in italiano “delocalizzazione”). Di fatto ha costretto alcune multinazionali a riportare negli Stati Uniti delle produzioni che erano state spostate altrove. Fatto così, minacciando dazi sui prodotti importati in barba ai trattati in vigore (in questo caso il NAFTA, North American Free Trade Agreement, accordo di libero scambio Nord Americano, in vigore fra Messico, Canada e Stati Uniti dal 1994) è una forma di protezionismo bello e buono. Difficile anche dire che abbia violato i trattati vigenti, perché le ritorsioni economiche per adesso le ha solo minacciate, non attuate.

Tuttavia le misure minacciate sembrano aver raggiunto l’obiettivo: i posti di lavoro stanno lasciando il Messico per gli Stati Uniti. In realtà, però, per gli elettori del Midwest, quelli che con il loro voto hanno dato la vittoria a Donald Trump, la questione è molto più spinosa. Parallelamente agli annunci di reshoring sono infatti uscite notizie secondo le quali altre aziende automobilistiche (e non solo) stanno seriamente valutando l’opportunità di trasferire le loro fabbriche dalla Rust Belt al molto più economico Texas.

Le differenze retributive fra le diverse aree sono tali da giustificare una scelta di questo tipo. Si assiste quindi a quello che avviene anche all’interno dell’Unione europea, dove sono frequenti i trasferimenti di attività industriali dai paesi dell’Ovest (Germania, Francia, Italia…) più costosi alle molto più economiche nazioni dell’Est come la Polonia, l’Ungheria, la Slovacchia.

Che vi sia una similitudine fra Stati Uniti e Unione europea non deve sorprendere: il quadro legislativo è infatti molto simile. Ad alcune normative, uguali per tutti, di carattere sovra statale (da una parte normative di derivazione comunitaria dall’altra il corpus normativo federale) si aggiungono normative locali in competizione fra loro. Le seconde sono, in entrambi i casi, leggi statali, dato che gli Stati Uniti sono una Repubblica federale. Così se la normativa sui licenziamenti collettivi è più o meno simile in tutti i paesi europei grazie a una direttiva che ha imposto standard minimi, sono molto diverse le legislazioni locali in termini di contribuzione, retribuzione, protezione del lavoratore, disciplina dei licenziamenti individuali. La stessa cosa accade negli Stati Uniti. E così, superato il problema della delocalizzazione in Messico, non si è risolto quello della depressione e della crisi di aree geografiche che una volta costituivano il cuore del sistema industriale americano. La verità è che il lavoro fugge ogni qual volta le condizioni economiche e legislative che può trovare in un’altra area giustificano il disinvestimento e il corrispondente investimento in un altro luogo con un payback sufficientemente rapido.

Questo però comporta che la risoluzione dei problemi sociali dovuti alla disoccupazione non si risolve con l’introduzione di barriere doganali, a meno che non si voglia ritornare un sistema dazi regionali come quello vigente in epoca feudale. Il che è, ovviamente, del tutto improponibile. Certamente all’interno dell’Unione europea esistono barriere al trasferimento dei lavoratori da uno stato all’altro ben superiori a quelle che esistono negli Stati Uniti, pensiamo solo alla lingua. Ma in ogni caso spostare una famiglia del Michigan in Texas, con la prospettiva di guadagnare di meno, anche in un paese dalla grande mobilità sociale e geografica come gli Stati Uniti rappresenta un serio problema.

Il problema del lavoro che scompare o che si trasferisce in aree geografiche dove costa meno richiede quindi un approccio del tutto nuovo, che tenga conto anche dei diversi trattamenti economici contributivi e di garanzie all’interno di aree economiche unitarie. È necessaria una riflessione più generale: l’obiettivo principale della politica economica è quello di assicurare a tutti, in prospettiva, il livello più alto di garanzie, sicurezze e retribuzioni o invece è giusto lasciare al libero mercato la scelta della miglior allocazione della forza lavoro? Negare che i due obiettivi siano spesso in contrasto non è più possibile.

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